Ancora non vi ho fatto gli Auguri per il nuovo anno!!!! BUON 2012!!!!!
Questo è il primo post del 2012 volevo iniziarlo con una ricetta ma purtroppo ho il pc rallentato (l’anno non prometto bene!!) e dato che non riesco a caricare foto ho deciso di iniziarlo con un racconto.
Oggi è il giorno dell’Epifania che tutte le feste porta via, ma il bello dei giorni di festa non è tanto perchè si è seduti tutti intorno ad una grande tavola a mangiare quanto per il fatto che ci si riunisce e perchè in ogni famiglia, per lo meno questo accadeva a casa mia, le nonne sedute intorno al camino raccontavano storie di vita vissuta, leggende popolari e aneddoti e i bambini stavano lì incantati ad ascoltare come quando si leggono le favole.
Oggi voglio vi racconterò io una storia, che mi ha particolarmente suggestionata e  che ho avuto il piacere di ascoltare da un uomo trentino, Marco Raengo, con savour fair  da gentiluomo e animo cortese altro che un orso con il pelo dentro..(come sono definiti i trentini).

Guardate che meraviglia questo murales …se vi trovate a Trento dovete assolutamente andare a vederlo resterete incantati..io l’ho ammirato sotto una pioggia battente ai primi di novembre e ne sono rimasta talmente colpita che ho preteso il racconto della sua storia..che pochi conoscono e per questo voglio raccontarvela perchè ritengo che sia un esempio di come l’arte possa unire popoli e culture diverse, ma è anche un grande insegnamento per noi italiani che viviamo un momento di crisi profonda non solo economica.

 Attraverso il progetto “Artisti cinesi a Lavis: un incontro tra Europa e Oriente” è stato disegnato un ponte Costituito da arte e cultura che avvicina il territorio del Trentino con la grande e, per alcuni aspetti, misteriosa Cina.

L’affresco racconta la crisi dell‘economia agricola di fine Ottocento con dei simboli che compaiono in tutto il loro splendore, su una facciata esterna della cantina La Vis .
Questo affresco di grandi dimensioni è stato realizzato dalle mani e da|l’esperienza di cinque artisti: due italiani e tre cinesi. 
L’affresco riporta in alto i busti di due personaggi che spiccano tra foglie di gelso. Uno è il lavisano Don Grazioli e |’altro è Zhang Qian, colui che, durante la dinastia Han (206 a.C. – 220 d.C.) aveva percorso la Via della Seta, via terra, partendo dalla Cina. 
A seguire in parte l’andamento curvo della parete sono state introdotte delle figure chiamate Fei Tian, tipiche rappresentazioni molto sinuose di personaggi femminili del pantheon buddhista. 
Spicca al centro un grande edificio: la pagoda dell’Oca Selvaggia che e il simbolo della città di Xi’an, luogo di provenienza di questi artisti. 
La composizione continua con gli alberi di gelso dai quali delle donne selezionano le foglie migliori per darle da mangiare ai bachi. Dai canestri dove i bachi si nutrono si passa poi alla produzione della seta e altre donne sono intente a controllare il prezioso tessuto. Questo va a congiungersi con la coloratissima coda della civetta, che è parte del lavoro degli artisti italiani, come mezzo e simbolo di unione e congiungimento tra i due popoli. 
Nella parte inferiore si può notare una carovana di cammelli nel deserto guidata dallo stesso Zhan Qian. Ciò sta a simboleggiare il percorso ma allo stesso tempo le asperità che tale viaggio comportava. 
Nel complesso tutti questi simboli vogliono parlarci e raccontarci una storia molto importante, sotto svariati punti di vista, non solo economici. 
Una storia che lega queste due culture così lontane.

La Vis sensibile a tutte le iniziative che si radìcano al territorio, con questo nuovo intervento artistico,
ha colto l’occasione per rinsaldare quella “via della seta” aperta da don Giuseppe Grazioli, in logica
armonia con l’altra attività da sempre legata all’agricoltura trentina: la viticoltura.

L’antica Via della Seta aveva come punto di partenza la città di Chang’an (l’odiema Xi’an) e si
snodava nel deserto fino ad arrivare in Occidente, la capitale dell’lmpero Romano: Roma.

Le relazioni commerciali ed economiche tra queste due culture molto distanti erano,  fervide
rnille anni fa. Nella prima meta dell’ottocento quando, dopo un periodo di prosperità in seguito
alle fortunate produzioni di seta e di uva, il popolo Trentino conobbe una fase di terribile crisi
determinata dall’’a/vicinarsi di malattie dei baco e della vite.

L’interpretazione dell’opera inizia a sinistra ove ci attende un grande sole, maestoso, simbolo di
quella forza profonda che non muore mai e snodandosi sul resto della parete illumina tutto il
racconto, diventando al tempo stesso protettivo. Lo sguardo incontra poi il Capitello della Madonna
del Carmine, luogo d’innumerevoli preghiere e di ritrovo per le propizie “Erogazioni” (processioni per
richiedere aiuto divino contro le calamità naturali), tanto vicine al popolo nel corso dei secoli scorsi.

Il lavoro s’ispira, infatti, alla prima metà de||’ottocento quando, dopo un periodo di prosperità in seguito alle fortunate produzioni di seta e di uva, il popolo Trentino conobbe una fase di terribile crisi determinata dalla comparsa di malattie dei baco e della vite.

ll periodo prospero è rappresentato da una figura che porta un enorme peso sulla schiena; certo bisognava lavorare tanto, ma il risultato era quello di costruire delle sicurezze. L’epoca della crisi è rappresentata da una donna che non può raccogliere il frutto delle proprie fatiche.
Compare, così, la figura dell’emigrante che, non trovando più possibilità di sopravvivenza è costretto a
cercare lavoro in terre lontane, abbandonando le proprie radici.

Ma la speranza non muore mai. Ecco così comparire un personaggio che grazie ai suoi viaggi in Oriente, portò il seme del baco da seta sano, cambiando le sorti de|l’economia_ Trattasi di Don Giuseppe Grazioli, raffigurato nel|’opera con i due elementi che lo accompagnarono nella sua
vita a servizio dei problemi dei poveri: un bastone e le paramenta ecclesiastiche.

Vite e gelso, legate fra loro a formare una cornice con l’acqua che scorre come una continua preghiera, proprio vicino al Capitello e un drappo di seta unisce l’Oriente con l’Occidente in un legame profondo e duraturo. ll drappo di seta è sorretto da una civetta dagli occhi dorati come delle monete, divenendo simbolo e auspicio di benessere, di fortuna per il futuro e di forza per le generazioni future.

Così fortuna e sfortuna, gioia e dolore, crisi e prosperità si alternano senza dare però segno di sconforto, di rassegnazione o disperazione.
Un pensiero pittorico forte per testimoniare che l’arte può avvicinare tutte le culture e anche le diverse esperienze.

Non è bellissimo questo racconto, lascio le conclusioni a voi e vi rinnovo i miei Auguri per un Anno di cambiamento, riflessione e rinascita.

3 Comments on Parole di Seta.. quando l’Occidente parla all’ Oriente

  1. Valentina
    6 Gennaio 2012 at 12:25 (9 anni ago)

    davvero suggestivo è la parola giusta!buon 2012 anche a te!

  2. Gio
    6 Gennaio 2012 at 17:34 (9 anni ago)

    che meravilgia il murales!
    Buon anno e buona befana!

  3. Alessandra
    9 Gennaio 2012 at 20:58 (9 anni ago)

    Forse a Trento ci vado, se ho tempo :-).

    Ciao e buon 2012!

    Alessandra

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